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venerdì 3 settembre 2010

Postfazione Mourinho l'alieno

LA POSTFAZIONE AL SAGGIO DI SANDRO MODEO «L'ALIENO MOURINHO», EDITO DA ISBN, DEDICATO AL TECNICO PORTOGHESE

Quando il calcio diventa un valzer

L'autore di «Trainspotting» ripercorre
l'epopea di Mourinho

Irvine Welsh (Effigie/Giovannetti)
Irvine Welsh (Effigie/Giovannetti)
Ho fatto la conoscenza di José Mourinho durante un programma televisivo trasmesso prima della finale di Coppa Uefa 2003 a Siviglia. Mourinho aveva reso il Porto una squadra davvero competitiva, trasformando una compagine un po' in ombra in una rispettata forza europea. La differenza di comportamento tra lo «Special One» e Martin O'Neill, allora allenatore della squadra avversaria, il Celtic, non avrebbe potuto essere più netta.

O'Neill, uno dei più loquaci e appassionati personaggi sportivi, appare in genere come un incrocio tra un prete gesuita e un avvocato (ha studiato per diventarlo), ed è solito dare giudizi ponderati ed equilibrati, spesso inclusi in una cornice filosofica, anche alla più trita domanda a proposito della prestazione dei giocatori. In breve era, ed è tuttora, una grande risorsa televisiva. A ogni modo, in quell'occasione fu messo in ombra dal giovane, bello e stiloso allenatore latino del Porto. I capelli di Mourinho non erano ancora bianchi allora, e sembrava più giovane di molti dei giocatori di entrambe le squadre. Con i suoi occhi d'acciaio vagamente sfuggenti e la bocca stretta in un malcelato sorrisetto, il suo sguardo in camera rivolto alla comunità calcistica globale diceva: «Sì, ora mi prenderò parte dei vostri stipendi e anche la verginità delle vostre figlie. Tutto quello che chiedo è la vostra eterna devozione». Capii che a Siviglia ci sarebbe stato un solo vincitore.

Questo fatto fece balzare l'ex allievo di Bobby Robson al centro della scena calcistica internazionale, ma fu poca cosa rispetto a quanto avvenne la stagione seguente, quando il Porto mise in bacheca anche la Champions League, battendo il Monaco 3-0. Tutto ciò fu assolutamente epocale. Potrà mai succedere di nuovo che un club come il Porto vinca la Champions? Ne dubito.

Il Chelsea e il suo nuovo proprietario, il miliardario russo Roman Abramovich, furono svelti ad aggiudicarsi i suoi servizi. Abramovich voleva che il Chelsea, tradizionalmente inferiore a club londinesi come Arsenal e Tottenham, diventasse la più grande squadra d'Inghilterra. C'era solo un uomo adatto a questo lavoro, ma come avrebbero potuto andare d'accordo Mourinho e il magnate russo? Il portoghese, forse presentendo come sarebbe andata a finire, decise di trovare alleati nei giocatori, nei media e nei fan, piuttosto che nella dirigenza.

José Mourinho vinse due titoli consecutivi, cosa che mancava al Chelsea dal 1955, ma non riuscì a conquistare la Champions League. Forse fu per via delle pressioni per fare una campagna acquisti spettacolare, che non gli consentirono di costruire una squadra astuta come aveva fatto al Porto con i mezzi allora a disposizione. Come disse con una memorabile battuta: «Se Roman Abramovich mi aiutasse ad allenare finiremmo in fondo alla classifica, così come se io aiutassi lui negli affari, finiremmo in bancarotta». Ma c'era posto per uno soltanto, e Mourinho lasciò il Chelsea in un clima di amarezza, ma anche molto dignitosamente.

Fu un'enorme perdita per il calcio inglese, e la sua partenza diede il via, in una Premiership guidata dal denaro e dai diritti tv, a un malessere in stile «L'imperatore-è-senza-vestiti». Dopo un anno sabbatico, Mourinho è riapparso all'Inter, la meno cool e meno vincente delle due squadre milanesi, in un campionato apparentemente in declino e sconvolto dalla corruzione, incapace di contendere la Champions alle squadre inglesi e spagnole.

L'Inter partiva in vantaggio rispetto a Milan e Juve, le precedenti dominatrici, punite severamente dalle sentenze sportive, ma sotto la guida di Roberto Mancini diede inizio a un ciclo vincente in campionato che fu poi ulteriormente rafforzato dallo «Special One». A San Siro Mourinho fu in grado di fare quello che gli riesce meglio: costruire una squadra solida e competitiva che però non manchi di classe e originalità nei ruoli chiave, libera dalle influenze della dirigenza e da altri condizionamenti. Quest'anno l'Inter ha vinto lo scudetto per la quinta volta consecutiva, e, come tutti sanno, ha conquistato la Champions League, sconfiggendo, anche simbolicamente, il Chelsea di Abramovich (che ancora deve vincere il trofeo più importante).

Ora Mourinho è andato al Real Madrid e sarà interessante vedere se gli sarà possibile formare una squadra vera, o ancora una volta dovrà fare i conti con un gruppo disomogeneo di star lussuose ed egocentriche. I rapporti dietro le quinte saranno nuovamente oggetto di intenso interesse da parte dei media sportivi. La rivalità tra le due maggiori squadre spagnole, e in particolare tra Mourinho e il Barcellona, nata diversi anni fa e acuita dalla semifinale di Champions di quest'anno, sarà portata sicuramente all'eccesso.

Perché Mourinho è ancora, e forse rimarrà sempre, un gigantesco enigma. È ovvio che ami molto se stesso, ma è anche abbastanza consapevole di questa sua caratteristica per divertirsi un sacco, ma anche per usarla come un'arma. I giocatori del Chelsea, per esempio, hanno più volte affermato che le sue intemperanze mediatiche avevano lo scopo di distrarre l'attenzione pubblica dalle valigie piene di soldi della loro squadra, cosa che all'epoca in Inghilterra era ancora impopolare.

Ricordo di avere assistito a un Roma-Inter molto teso allo stadio Olimpico durante la scorsa stagione. L'Inter stava perdendo, e c'era la concreta possibilità, con entrambe le squadre impegnate sul fronte europeo, che il campionato gli scappasse tra le mani. L'incontro stava per finire quando il pallone finì fuori proprio nel punto in cui Mourinho stava pattugliando la linea laterale. Invece di evitare il giocatore avversario che correva verso di lui nel vano tentativo di tenere in gioco il pallone, e invece di spingere perché il gioco continuasse per raggiungere un pareggio, lo «Special One» aprì le braccia, lasciando che il giocatore avversario gli venisse contro. Dopodiché, nel delirio dei 70 mila fan presenti allo stadio, i due improvvisarono un valzer insieme.

È questo genere di joie de vivre che lo rende così popolare tra gli appassionati di calcio, anche quelli, come me, che in genere preferiscono la bellezza espansionista messa in atto dalle squadre dirette dai Guardiola o dai Wenger. Mourinho, a quanto ne sappiamo, potrà creare a Madrid l'ennesima dinastia conquistatrice, oppure questo si rivelerà essere il club sbagliato per lui, e in tal caso tornerà semplicemente a essere vincitore con una squadra meno sfarzosa, probabilmente mandando a monte i piani del Real e di tutti quelli che si mettono in mezzo.

Irvine Welsh (traduzione di Mario Bonaldi)
03 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

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